Quando lo zolfo delle nostre miniere salvò lo champagne

L’industria vitivinicola francese, oltre ad essere una delle più importanti industrie dell’agroalimentare a livello planetario, è anche un patrimonio dell’umanità intera, da cui ha attinto a piene mani anche l’industria vitivinicola italiana riguardo a varietà dei vitigni e tecnologie di vinificazione.
Quando questa industria cominciò a muovere i primi passi nella prima metà del XIX secolo, passando dalla gestione familiare alla coltura estensiva al fine realizzare un prodotto da esportare in tutto il mondo, dovette combattere delle vere e proprie devastanti “battaglie biologiche” contro agguerriti parassiti che in alcuni casi hanno rischiato di portare le viti francesi sull’orlo dell’estinzione.
L’unico vero rimedio trovato per contrastare molti di quelli attacchi biologici fu lo zolfo e l’unico posto dove si poteva reperire lo zolfo in quantità sufficienti per le esigenze dell’industria vitivinicola francese era la Sicilia.
Per farla breve lo zolfo delle nostre miniere ha salvato il vino francese altrimenti la Francia probabilmente oggi sarebbe famosa per il granturco o per i peperoni anziché per lo champagne.
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Ecco come si svolsero i fatti nella lotta a una delle maggiori minacce per i vitigni francesi: lo oidio.
A partire dal 1830 i viticoltori americani hanno iniziato a notare che una strana ed inquietante muffa cresceva sulle foglie dei loro vigneti. All’inizio la muffa cresceva nella parte in ombra della foglia, ma ben presto iniziò a colonizzare l’intera foglia e i grappoli d’uva distruggendo gran parte della produzione.

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Questa strana e devastante malattia fu scoperta un decennio dopo anche in Europa.

Dieci anni prima della classificazione dei vini di Bordeaux e della Borgogna, un certo Mr Tucker, giardiniere di John Slater di Margate, cittadina dell’Inghilterra sud-orientale, notò una sostanza farinosa sulle foglie di alcune viti e ne mandò un esemplare al reverendo M. J. Berkeley di King’s Cliffe, nel Northamptonschire, perché lo studiasse (Ordisch 1987). Berkeley decise che si trattava di una nuova specie di fungo e lo chiamò Oïdium Turcherii in onore del giardiniere. Ben presto dopo quell’episodio gli effetti di quella muffa furono notati in tutta Europa, dove ridusse drammaticamente il raccolto dell’uva. Nel 1846 l’oidio fu identificato sulle viti del Palazzo di Versailles e nel 1851 i vigneti della Francia meridionale furono violentemente attaccati; per quella data comunque la malattia era stata riscontrata anche in Algeria, Grecia, Ungheria, Italia, Spagna, e Turchia (Ordisch 1987). Non si conosceva l’origine specifica dell’oidio né si sa per quale motivo abbia attaccato l’Europa fra il 1840 e il 1860, ma la grande suscettibilità mostrata dai vitigni della Vitis vinifera, rispetto alla resistenza di quelli americani ha indotto a pensare che fosse originario dell’America del nord. Il fatto che sia stata identificata dapprima sulle viti delle serre europee fa pensare sia stata identificata dapprima sulle viti delle serre europee fa pensare però che sia stata introdotta per la prima volta su qualche pianta di vite ornamentale arrivata dall’altra parte dell’Atlantico. Inoltre il decennio 1840-1850 in Inghilterra coincise con la diffusione dell’interesse per piante e per oggetti esotici, così caratteristico dei primi anni del regno della regina Vittoria, che si manifestò nella straordinaria espansione dei Royal Botanic Gardens a Kew dopo che, nel 1841, Sir William Hooker fu nominato primo direttore (Turrill 1959). Tutto ciò spiega come mai sia stato proprio quel periodo e non prima che l’oidio sbarcò in Europa. La rapidità della sua diffusione fu accresciuta anche nel decennio 1840-1850 dall’espansione della rete ferroviaria in tutta Europa e soprattutto in Francia, dove ben 3600 chilometri di linea che collegava Parigi con 6 destinazioni provinciali erano stai approvati nel 1842 (Clout 1977b, p. 469) .
Tim Unwin (1993) 

Unwin P. T. H., 1993. Storia del vino – Geografie, culture e miti. Donzelli editore. Roma.

La malattia fu chiamata oidio, detta anche mal bianco, nebbia o albugine, classificata come malattia fungina. Cinque anni dopo la scoperta in Europa del fungo infestante, avvenuta ufficialmente nel 1845 da parte di Mr Tucker, la produzione di vino francese era scesa da 11 milioni di ettari a 3 milioni di ettari e si rischiava che in breve tempo la morte di ogni vite francese ed europea. Dal 1852 si inizio a trattare le viti infette con zolfo polverizzato misto ad acqua. Con questo sistema la malattia definitivamente sotto controllo intorno al 1858.
Questo rimedio contro una delle peggiori epidemie che hanno mai minacciato l’agricoltura e l’economia europea richiedeva ingenti quantità di zolfo e ciò fu una manna dal cielo per l’industria zolfifera siciliana. Anche dopo il 1858 lo zolfo divenne indispensabile in fase di prevenzione della malattia e, anzi, fu scoperto che lo zolfo era efficace anche contro altre malattie e insetti parassiti.
La quantità di zolfo destinato all’utilizzo fitosanitario fu rilevante: quasi la metà dello zolfo prodotto nelle miniere siciliane fu destinato a questo scopo.

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