Osservazioni Geologiche fatte nella Contea di Sommatino – parte 2

Delle osservazioni geologiche di don Gregorio Barnaba La Via voglio riportare qualche breve passaggio in cui si evidenzia lo stupore del religioso per la bellezza selvaggia di qualche zona di Sommatino.

[…] scorgesi l’alta elevazione di Monte grande, la quale è formata da solfato di calcio a ferro di lancia cristallizzato; dalla quale riflettendo i raggi del sole forza è volgere altrove lo sguardo, pei brillanti raggi di luce, che vengono a rifrangersi negli occhi dell’osservatore. Sgorga alla base di detta grande elevazione una sorgente d’acqua solforosa, chiamata dal volgo acqua Mintina, e rinvengonsi qua e là sulla superficie del suolo alcune tracce di zolfo con selenite saturata di acido solforico detta Briscale, da cui gli esperti minatori traggono argomento di essere vicini agli strati dello zolfo.

Geograficamente siamo nell’area dove circa un secolo dopo il passaggio di don Gregorio Barnaba La Via sarebbero state realizzate le gallerie, mai utilizzate, per la rete ferroviaria (linea).

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Il “solfato di calcio a ferro di lancia cristallizzato” e il gesso che ancora oggi noi geologi chiamiamo geminato a ferro di lancia per la sua caratteristica forma.

Gesso geminato a ferro di lancia
Gesso geminato a ferro di lancia

La sorgente di acqua Mintina, i cui odore ci ricorda la sua presenza quando ci rechiamo verso Riesi, evidentemente esisteva anche duecento anni fa, mente il termine Briscale, scomparso completamente da più di un secolo dal nostro vocabolario, era di uso comune a quei tempi ed indicava dei particolari affioramenti da cui i minatori riuscivano a capire la presenza o meno dello zolfo in profondità.

La descrizione che segue è impressionante. Parla di un incendio sviluppatosi “nella montagnola detta solfara grande”, oggi Monte Solfarella, il rilievo che sovrasta la miniera Trabia.

[…] a caso, o a bella posta nel 1787 circa, appiccatosi il fuoco in una crepaccia di detta montagnola, dopo di aver bruciato per parecchi anni, a guisa di un vulcano in azione, finalmente squarciatasi al basso nel lato di scirocco verso la fine del 1789, nella così detta solfara grande sgorgonne tale quantità di zolfo liquefatto, che malgrado la raccolta di più di ottocento mila quintali, non si rattenne la corrente se non nell’acqua del fiume salso (Imera meridionale) il quale scorre a qualche distanza, e divide le due valli di Noto e di Mazzara. Pare che continui ancora l’incendio, dappoichè la sommità della montagnuola si vede di quanto in quanto uscire qualche colonna di fumo che tosto dileguarsi.

L’incendio provocò un numero consistente di vittime (il numero rimane tutt’ora imprecisato) che vennero letteralmente liquefatte dallo zolfo. La cosa straordinaria è che l’incendio non durò fino al passaggio di don Gregorio Barnaba La Via, cioè più di cinquanta anni dopo dal suo innesco, ma continuo per più di due secoli e qualcuno sostiene che è ancora attivo dentro la montagna.
Aldilà del suo carico di morte e distruzione, vedere un fiume rosso di zolfo fuso uscire dalla montagna per riversarsi nel fiume dovette essere di una bellezza infernale.

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Ci sono prove di questo incendio attualmente visibile? Si, le rocce registrano tutto. Ecco cosi si vede se si fa una passeggiata nel luogo interessato all’incendio.

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Questa è una roccia calcarea e quello che si vede non è semplice carsismo (cioè l’insieme dei processi fisico-chimici che porta alla formazione delle grotte e relative stalattiti e stalagmiti, che vede come attori principali l’acqua e l’anidrite carbonica). La roccia per ridursi in questo stato deve essere stata sottoposta ad elevate temperature e all’azione di acidi forti (come l’acido solforico che si produce dalla reazione dell’anidrite solforosa con l’acqua).
Dei risvolti “economici” di questo incendio, me ne occuperò in un altro articolo.

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